All'Italia serve la riforma della Giustizia
(articolo di Carlo Priolo su L'Opinione dell'11.4.2012)

  sabato 14 aprile 2012 - 20:27:18 | Eurolegal.it

La grande occasione offerta dalla recessione economica e la raggiunta consapevolezza che il fenomeno "Giustizia", in particolare "Giustizia Civile", costituisca il maggior ostacolo alla crescita del Paese e per essa agli investimenti nazionali e internazionali, può offrire l'opportunità di avviare una riforma organica del processo civile, un inizio fattibile per svecchiare, semplificare, troncare difetti ed antichi rituali obsoleti ed improduttivi. La ricetta è tanto semplice quanto di difficile applicazione: abbandonare l'inefficace principio del "come dovrebbe essere" (metodo deduttivo) e affrontare il fenomeno per "come è" (metodo induttivo), con interventi possibili e praticabili, sempre tenendo conto che si lavora su un sistema ed ogni modifica comporta effetti collaterali su le altre componenti dello stesso sistema. Il Sistema Giustizia non è un'isola indipendente dai fenomeni che hanno travolto l'Italia, a sua volta è parte di un sistema più grande, il Sistema Italia. Forse per la prima volta (è stata sempre in primo piano la "giustizia penale") i vertici delle istituzioni pubbliche e private, il mondo dell'informazione, le forze della economia reale hanno metabolizzato che la "Giustizia Civile" ha effetti collaterali sulla economia del Paese, sulla amministrazione finanziaria, sul senso di appartenenza dei cittadini, sulla credibilità dell'Italia all'estero, sul livello di civiltà della nazione, sulla difesa della dignità degli onesti, sul favore improvvido dato ai debitori, su tutti coloro che lavorano e producono, contribuendo alla ricchezza del Paese. È ormai acclarato che il fallimento della "Giustizia Civile", unitamente a quella perenne piovra della "Burocrazia", costituisce l'impedimento principale allo sviluppo della bella Italia. Il ministro della Giustizia, Paola Severino, (il solo ministro ad avere rilievo costituzionale art. 110) deve cancellare con decreto o altro provvedimento ad effetto immediato tutte le commissioni, comitati, gruppi di esperti, suggeritori a vario titolo che si sono occupati di "Giustizia Civile"; deve consultare congiuntamente, come è stato fatto per la riforma del mercato del lavoro, "quelli della Giustizia Civile": Confindustria, Rete Imprese, Confcommercio, Confesercenti, Abi, Ania, alleanza delle Coop, i presidenti degli Ordini territoriali più rappresentativi, il Colap, il Cup e (se utile) il Laboratorio Forense che mi onoro di coordinare.
La consultazione deve durare una sola settimana e nei 15 giorni successivi, dopo aver acquisito e sintetizzato tutti gli studi, indagini, proposte realizzati sul tema, deve essere "prodotto" un primo pacchetto di provvedimenti, compatibile con i successivi nel quadro di una riforma organica del Sistema. Si può fare. In un dotto articolo su questo giornale Dimitri Buffa ha segnalato che la mala giustizia (civile) costa 5 punti di Pil. Gli antagonisti, del tutto inconsapevoli, potrebbero essere una parte della magistratura, arroccata su modelli desueti, convinta di detenere le formule per la ristrutturazione del "Sistema Giustizia", senza averne le competenze specifiche. Ma non agire vorrebbe dire compromettere il futuro. Non possiamo più guardare al passato e vivere di ricordi. Oggi la soluzione non è tanto sui principi, ma si basa sull'efficienza, sulla produttività, sulla organizzazione del lavoro, sul metodo costi-benefici, sulla privatizzazione di alcune procedure da attribuire agli avvocati, per accrescere la domanda di lavoro e far partecipare i nuovi giovani professionisti, attraverso un outsourcing rispetto alle attività proprie della magistratura e ausiliari.
I Tribunali lavorano al 50% al di sotto delle loro capacità, mentre per migliorare l'efficienza e la competitività si dovrebbe: a) raddoppiare il numero dei togati con immissione nei ruoli di avvocati con 15 anni di professione certificata attraverso un concorso-colloquio; b) trasferire gli esuberi della P.A. più personale in mobilità, cassaintegrati, esodati nelle cancellerie, previo un corso di formazione di tre mesi gratuito; c) licenziare con effetto immediato i Giudici di Pace che non superano un test di verifica ed assumere con un concorso-colloquio giovani avvocati under 40 con 10 anni di professione certificata.
Ampliare l'area della competenza professionale dell'avvocato, insomma, conquistare nuovi territori per l'agire forense, creare nuove opportunità, riappropriarsi di competenze sottratte, rivendicare posizioni professionali che vengono impropriamente svolte da altri professionisti. In breve, ridisegnare i confini della competenza forense.
Le riforme degli anni '90 non hanno prodotto i risultati sperati. I ruoli civili di "nuovo rito" hanno raggiunto consistenze eccessive. La stessa istituzione del giudice unico di primo grado si è rivelata misura insufficiente. Da oltre 10 anni gli operatori del diritto segnalano che la prima cosa da fare è "togliere carico di lavoro al giudice" e che la soluzione può essere cercata in due direzioni: a) aumentare considerevolmente il numero dei magistrati; b) diminuire in modo altrettanto consistente la mole dei loro affari. La seconda soluzione inizialmente è più percorribile perché agisce sulla organizzazione e sul tipo di lavoro del giudice: il giudice entra nel processo solo quando deve giudicare. Le parti ed i loro difensori si riappropriano dei tempi e dei modi di introdurre, trattare ed istruire le controversie civili.

(Fonte: http://www.opinione.it/politica/2012/04/11/priolo_politica-11-04.aspx)

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All’Italia il record delle sentenze CEDU inapplicate

  venerdì 13 aprile 2012 - 12:57:26 | Eurolegal.it

La giustizia italiana è la più lenta del continente. Per il quinto anno consecutivo la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che ogni mese riceve 300 nuovi ricorsi di cittadini italiani esasperati, ha assegnato al nostro Paese la maglia nera per la giustizia. Nel rapporto annuale della Corte, presentato ieri, è dell'Italia il record di sentenze di condanna: 2.522, di cui ben 2.081 per l'eccessiva lunghezza dei processi, amministrativi, civili e penali. Tutte sentenze rimaste per di più inapplicate.
E' evidente che il problema è strutturale: risale al 1993 la prima condanna e, da allora, l'Italia continua ad essere il sorvegliato speciale del Consiglio d'Europa a causa della gravità e della quantità di violazioni commesse nei confronti dei propri cittadini, violazioni cui nessun governo è finora riuscito a trovare un rimedio. Il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, a cui spetta il compito di vigilare sull'esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo da parte degli Stati membri, ha emesso tra il 1997 e il 2010 ben nove risoluzioni per chiedere alle autorità italiane di risolvere i problemi legati alla giustizia.
Una situazione, quella italiana, aggravata dal fatto che alle oltre duemila condanne già accumulate, davanti alla Corte di Strasburgo sono già più di ottomila i ricorsi pendenti presentati da cittadini italiani contro la giustizia lumaca. E, come detto, in media ne arrivano altri 300 ogni mese.
Il secondo paese in classifica per sentenze della Corte inapplicate è la Turchia, con 1.780 casi in attesa di esecuzione, seguito dalla Russia con 1.087, dalla Polonia (924) e l'Ucraina (819).
L'Italia non è l'unico paese in cui i processi durano troppo a lungo, ma è quello con il maggior numero di condanne della Corte di Strasburgo. Dai dati emerge infatti che l'Ucraina, secondo paese in classifica, ha 623 sentenze in attesa di esecuzione per i processi troppo lunghi, seguita da Polonia (314), Grecia (277), Turchia (233) e Bulgaria (106).
La Corte inoltre ha già condannato più volte l'Italia per il malfunzionamento dell'unico rimedio, la legge Pinto, finora fornito agli italiani per rivalersi contro lo Stato per la durata eccessiva dei processi. I giudici di Strasburgo hanno stabilito che l'Italia risarcisce troppo poco e in ritardo.
Attualmente pendono in attesa di esecuzione 132 casi per il non rispetto della legge Pinto.
Nell'ultima riunione dedicata al controllo delle esecuzioni tenutasi lo scorso marzo il Comitato ha ancora una volta preso in esame la questione sottolineando come "a parte una lieve diminuzione nella durata dei processi fallimentari e nell'arretrato dei processi civili, la situazione relativa all'eccessiva durata dei processi e il malfunzionamento del rimedio esistente rimane profondamente preoccupante e richiede l'adozione di ulteriori misure su larga scala per rimediare con urgenza al problema".

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Il resoconto del seminario “The proposed Common European Sales Law - the lawyers’ view”

  giovedì 12 aprile 2012 - 11:20:33 | Eurolegal.it

Sostanzialmente positivo il giudizio degli avvocati europei, riunitisi ieri presso il CNF, sulla proposta di regolamento CESL (di cui avevamo già parlato in questo post).
Sono tante le ragioni, economiche e giuridiche, che spingono l’avvocatura italiana a sostenere il progetto della Commissione europea di un regolamento che introduca una disciplina comune europea nei contratti di vendita (cosiddetto Cesl). Una disciplina uniforme nei 27 paesi Ue favorirà gli scambi transfrontalieri promuovendo le esportazioni delle piccole e medie imprese e la crescita economica. I professionisti italiani, e gli avvocati innanzitutto, potranno ampliare le opportunità di business anche all’estero; i consumatori, di solito i contraenti deboli, potranno avvantaggiarsi di una tutela rafforzata anche rispetto alle singole situazioni nazionali, circostanza a cui i legali italiani sono sensibili. Gli aspetti critici, pur esistenti, non devono distogliere l’attenzione dall’obiettivo di tagliare il traguardo di un codice civile europeo”.
Il vicepresidente del Consiglio nazionale forense Ubaldo Perfetti ha ribadito l’adesione dei legali italiani al progetto UE di regole uniformi per disciplinare i contratti di vendita. L’iniziativa è volta a favorire un più ampio progetto di armonizzazione del diritto europeo per superare il monopolio giuridico della common law nel diritto commerciale, in vista di una maggiore concorrenza a favore delle imprese e dei professionisti italiani.
Al seminario sono intervenuti la presidente del CCbe, Marcella Prunbauer-Glaser, il capo dell’unità Diritto dei contratti della Commissione europea, Dirk Staudenmayer, il vicepresidente della commissione giuridica del Parlamento europeo e co-relatore sul regolamento, Luigi Berlinguer, e avvocati e professori universitari italiani (Giuseppe Conte, Enrica Sesini), inglesi (Fergus Randolph e James Wolffe), tedeschi (Gerg Maier-Reimer), spagnoli (Pedro Portellano). Prunbauer ha sottolineato l’importante ruolo che l’avvocatura dovrà svolgere: “gli avvocati europei tradurranno i principi comuni in vantaggi per le imprese e i consumatori. Occorre svolgere un ruolo propositivo abbandonando il pregiudizio del valore assoluto delle legislazioni nazionali. D’altra parte, gli avvocati sono il primo porto di approdo per imprese e consumatori”.
La proposta di regolamento, che introduce un diritto dei contratti di natura opzionale (cioé a scelta dei contraenti che diventa uno strumento in più rispetto alle normative nazionali), si inserisce in modo innovativo nel percorso della Conferenza di Lisbona, che ha fissato importanti obiettivi di crescita e competitività della Unione europea”, ha riferito il Vice-Presidente Perfetti.

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Il Commissario UE Tajani ammonisce: "No More Delays on the Payments"

  mercoledì 11 aprile 2012 - 17:54:14 | Eurolegal.it

Ne avevamo già parlato in questo post, auspicando una decisa presa di posizione del nostro nuovo Consiglio dell'Ordine.
Ora interviene anche il Commissario europeo all'industria, Antonio Tajani, definendo la questione dei ritardi dei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione una situazione "inaccettabile" per risolvere la quale "occorre far presto" senza "nascondersi dietro un dito".
Il vicepresidente della Commissione UE responsabile per l'industria in un editoriale inviato al Sole24ore (pubblicato anche in inglese) ha sollecitato il Governo ad intervenire subito per risolvere un problema che troppo spesso determina la chiusura delle imprese e delle attività dei lavoratori autonomi (accomunati nella definizione di PMI nel lessico comunitario) e che, in taluni casi, contribuisce a spingere detti soggetti a gesti estremi (come testimonia la drammatica catena di suicidi avutasi nelle ultime settimane).
Il vicepresidente Tajani ha sottolineato quanto sia "paradossale" che, mentre si parla di austerity e lotta all'evasione, lo Stato, con una mole di debiti nei confronti delle imprese pari al 4% del PIL, ovvero 70 miliardi, sia "il primo ad essere in difetto"; ha inoltre ricordato che nel 2011 le aziende italiane per ottenere un pagamento dalla P.A. hanno atteso 180 giorni contro i 128 del 2009. Questo mentre nel resto d'Europa il trend si è invertito facendo registrare una riduzione dei tempi d'attesa sia in Francia (da 70 a 64 giorni) che in Germania (da 40 a 35 giorni). "E' inutile nascondersi dietro un dito", ha ammonito il Commissario Tajani "questi debiti esistono e non è mortificando le imprese che si può risolvere il problema dei conti italiani. Far mancare adesso questi capitali alle PMI significa aumentarne la mortalità, costringerle a licenziare o comunque a non crescere. Con danno per l'economia italiana e rischio di aggravare la recessione".

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Si studia l'ennesima riforma del diritto fallimentare

  martedì 10 aprile 2012 - 18:28:07 | Eurolegal.it

Presso il Ministero della Giustizia si è costituita una commissione di lavoro, composta da magistrati e professori universitari, chiamata a redigere le modifiche normative da introdurre alla disciplina del fallimento per far fronte all'attuale fase recessiva dell'economia finanziaria.
Le novità annunciate sono riassunte di seguito.
- L'introduzione di procedure di allerta, per segnalare tempestivamente le situazioni di difficoltà delle imprese in maniera da potere anticipare il "salvataggio" prima del (possibile) precipitare nell'insolvenza. Varie le ipotesi di applicazione al vaglio: dal modello francese con l'intervento anticipato del pubblico ministero, a quello più privatistico (per esempio, misure da inserire nella nota integrativa di bilancio) con l'individuazione dei soggetti cui spetta l'iniziativa (tra le possibilità, l'Inps o gli organi deputati al controllo societario);
- La previsione dell'irrinunciabilità dell'istanza di fallimento una volta che la stessa sia stata introdotta da uno dei creditori, dal debitore o dal Pubblico Ministero.
- Misure contro i passaggi di comodo della sede della società all'estero, con integrazione dell'articolo 9 della legge fallimentare, prevedendo l'irrilevanza del trasferimento della sede della società anche con riferimento alla giurisdizione;
- Rafforzamento di un aspetto del concordato preventivo come soluzione possibile per assicurare una continuità aziendale, limitando per quanto possibile la funzione liquidatoria, di fatto rimovendo gli ostacoli che limitano la prosecuzione dell'attività d'impresa;
- La semplificazione delle forme di notificazione del decreto di apertura del procedimento per la dichiarazione di fallimento, ammettendo tra le possibilità di notifica anche quella attraverso la PEC all'indirizzo elettronico dell'imprenditore indicato nel registro delle imprese;
- Lo sdoppiamento della relazione del curatore, con un primo documento sommario da depositare immediatamente e un secondo, più dettagliato e approfondito, da depositare entro un termine stabilito (60 giorni) dalla data di esecutività dello stato passivo;
- Per i professionisti, nelle vesti di attestatori dei piani di ristrutturazione dei debiti o del concordato preventivo, è in vista una forma di responsabilità penale per quanto riguarda la verifica di fattibilità.

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